Firenze, il restauro della Pietà Bandini di Michelangelo sotto gli occhi del pubblico
I lavori termineranno entro l'estate 2020
Al via il restauro-show della Pietà di Michelangelo del Museo del Duomo di Firenze, conosciuta come "Pietà Bandini": il pubblico potrà vedere tutte le fasi dell'intervento di "pulizia" del capolavoro in marmo che l'artista scolpì quasi 80enne. Nella sala del Museo dell'Opera del Duomo dove la scultura è custodita è stato progettato un "cantiere aperto". I lavori, che iniziano il 23 novembre, termineranno entro l'estate del 2020: per il visitatore sostare davanti al cantiere sarà come entrare in una specie di set cinematografico.
L'intervento commissionato dall'Opera di Santa Maria del Fiore, finanziato dalla Fondazione Friends of Florence sotto la tutela della Soprintendenza ABAP per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato, è stato affidato a Paola Rosa, coadiuvata da un'equipe di professionisti, che dopo la formazione all'Opificio delle Pietre Dure ha maturato una trentennale esperienza su opere di grandi artisti del passato, tra cui Michelangelo stesso. Il restauro sarà "minimo" e volto a non stravolgere la visione ormai consolidata nell'immaginario collettivo di una superficie 'ambrata' della scultura. L'obiettivo è migliorare la lettura del capolavoro.
Scolpita in un enorme blocco di marmo bianco di Carrara, tra il 1547 e il 1555 circa, la Pietà "fiorentina" è una delle tre realizzate da Michelangelo. A differenza delle altre due - quella giovanile vaticana e la successiva Rondanini - il corpo del Cristo è sorretto non solo da Maria, ma anche da Maddalena e dall'anziano Nicodemo, a cui Michelangelo ha dato il proprio volto. Particolare confermato anche dai due biografi coevi all'artista, Giorgio Vasari e Ascanio Condivi. La scultura era destinata a un altare di una chiesa romana, ai cui piedi l'artista avrebbe voluto essere sepolto.
La Pietà di Firenze, capolavoro di Michelangelo "è considerata come altre sculture del Buonarroti - afferma Timothy Verdon, direttore del Museo - opera non finita, anche se la dizione che più le competerebbe è quella del XVI secolo quando si diceva ancora opera infinita".
Le fonti non riportano particolari interventi di restauro avvenuti in passato, se non quello eseguito poco dopo la sua realizzazione da Tiberio Calcagni, scultore fiorentino vicino a Michelangelo, entro il 1565. Nell'arco di oltre 470 anni di vita, durante i numerosi passaggi di proprietà e le traumatiche vicende storiche, si presume che la Pietà sia stata sottoposta a interventi di manutenzione che però non risultano documentati perché considerati semplici operazioni di routine. Risulta, invece, documentato il calco eseguito nel 1882, di cui rimane la copia di gesso conservata alla Gipsoteca del Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze. Probabilmente è proprio in conseguenza di questo intervento ottocentesco che la superficie del gruppo scultoreo si è modificata cromaticamente, soprattutto a causa dell'alterazione delle sostanze utilizzate per l'esecuzione del calco, ma anche di quelle più aggressive impiegate per rimuoverne i residui.
Si ha notizia di un trasferimento dell'opera alla Galleria dell'Accademia, dal 1946 al 1949, per studiare una collocazione migliore e in quell'occasione sembra che l'opera sia stata sottoposta a una "pulitura" di cui però non si conoscono i particolari.
Michelangelo voleva distruggere la Pietà Bandini
La storia della Pietà dell'Opera del Duomo di Firenze è degna di un romanzo. Michelangelo non solo non la termina, ma tenta di distruggerla in un momento di sconforto. L'opera danneggiata è da lui donata al suo servitore Antonio da Casteldurante che, dopo averla fatta restaurare da Tiberio Calcagni, la vende per 200 scudi al banchiere Francesco Bandini che la colloca nel giardino della sua villa romana a Montecavallo. Nel 1649, gli eredi Bandini la vendono al cardinale Luigi Capponi che la porterà nel suo palazzo a Montecitorio a Roma e quattro anni dopo nel Palazzo Rusticucci Accoramboni. Il 25 luglio 1671, il pronipote del cardinale la vende a Cosimo III de Medici, Granduca di Toscana, su mediazione di Paolo Falconieri, gentiluomo alla corte fiorentina. Dopo tre anni di ulteriore permanenza a Roma, per le difficoltà incontrate nel trasportarla, nel 1674 la Pietà viene imbarcata a Civitavecchia, raggiunge Livorno, e da lì, lungo l'Arno, arriva a Firenze dove viene posta nei sotterranei della Basilica di San Lorenzo.
Vi rimane fino al 1722, quando Cosimo III la fa sistemare sul retro dell'altare maggiore della Cattedrale di Santa Maria del Fiore. Nel 1933, il gruppo scultoreo viene spostato nella Cappella di Sant'Andrea per renderla più visibile. Dal 1942 al 1945, per proteggerla dalla guerra, la Pietà viene messa nei rifugi appositamente allestiti in Duomo. Nel 1949, l'opera ritorna nella Cappella di Sant'Andrea in Cattedrale, dove rimane fino al 1981, quando viene spostata nel Museo dell'Opera del Duomo. La decisione di trasferirla al Museo è motivata dalla necessità di non arrecare disturbo al culto per la grande affluenza di turisti e per ragioni di sicurezza (nel 1972 era stata vandalizzata la Pietà vaticana).
Dalla fine del 2015, nel nuovo Museo dell'Opera del Duomo, la Pietà viene posta al centro della sala intitolata Tribuna di Michelangelo, su un basamento che rievoca l'altare a cui era probabilmente destinata.