In Italia c'è il far west, tra "fuoco e polvere": parola di Mauro Garofalo
"A questo mondo io sono e sarò sempre dalla parte dei poveri. Sarò sempre dalla parte di coloro che non hanno nulla". Nel nuovo romanzo, western, di Garofalo, si parte da una citazione di Federico García Lorca e il pensiero va sia agli oppressi di "genere" difesi da Zorro, da Tex, da Robin Hood o da Tom Mix; che a quelli reali delle grandi battaglie sociali del passato, come fossimo nel Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, o in un film dei fratelli Taviani
È ciclico il ritorno del western, il genere hollywodiano per eccellenza, soprattutto al cinema, con delle ricorrenze che negli ultimi anni catturano l'attenzione: da Tarantino capofila recente con The Hateful Eight alla serie televisiva Westworld, da The Sisters Brothers di Audiard che ha entusiasmato a Venezia, passando per Hostiles, i fratelli Cohen nominati agli Oscar per The Ballad of Buster Scruggs, fino al quasi western di Terence Hill che lo scorso anno ne Il mio nome è Thomas è tornato in sella, anche se di una moto. E quest'anno si celebra il doppio anniversario tondo, nascita e morte, di Sergio Leone.
In letteratura, soprattutto statunitense, gli scenari di frontiera sono sempre dietro l'angolo, recentemente pensiamo a Joe Lasdale, a Cormac McCarthy, a Elmore Leonard. In Italia l'uso di questo mito è forse meno usuale, anche se antico, da Emilio Salgari a Tex, ma sorprendenti eccezioni possono confermare la regola.
Il nuovo romanzo di Mauro Garofalo, Il fuoco e la polvere, è un western, italiano, ambientato nella Maremma dove l'autore è cresciuto, che ci trascina in quei piacevoli labirinti dove le avventure più romanzesche si incrociano con gli echi del passato (il nostro), con le citazioni letterarie e cinematografiche. È postmoderno, con passione.
L'incipit descrive, piuttosto esplicitamente, un eroe alla Robin Hood: «Lo chiamavano "Capitan Bosco". Di lui si sapeva poco o niente. Alcuni lo consideravano un pericoloso bandito e un rinnegato. Per altri era solo uno dei pochi che osava opporsi al potere, un uomo libero che aiutava i contadini contro i padroni, le guardie, la politica, il Re. Che tanto, alla fine, erano tutti uguali».
È il 1862, c'è la guerra civile, "le giubbe rosse di Garibaldi sbarcano al centro e al sud, il Capitano Bosco aiuta i mezzadri in lotta contro i padroni". Nelle note di presentazione leggiamo che un potente politico sta "cacciando i contadini dalle terre per costruire la ferrovia, mascherando i suoi loschi affari in nome dell'Unità d'Italia. Forte dell'appoggio del nuovo Stato voluto dai Savoia, rapisce la bella Elena, giovane donna di cui è innamorato il Capitano Bosco, e scatena contro di lui un esercito di militari e la ferocia" di un sanguinario criminale.
La ferrovia è quella della tratta Follonica-Orbetello, la Maremmana, inaugurata nel 1864. "Non c'è stata nessuna battaglia per la costruzione - dice l'autore all'Ansa -. L'ho immaginata io. Ma ci sono fatti realmente accaduti e figure reali".
Garofalo, 44 anni, giornalista, scrittore e insegnante di storytelling, già autore di Alla fine di ogni cosa, con cui ha vinto numerosi premi, e che per La Stampa Tuttogreen cura i Racconti del Bosco, veicola anche quei temi ecologici che gli sono cari, ad esempio la difesa del territorio. "Abbiamo pensato per tanto tempo che le risorse fossero infinite, ma non è così".
Bosco è dunque un po' Robin Hood "nella volontà di restituire una pace che è quella della natura e del silenzio. È l'azione, la nostra capacità di agire e credere che sia possibile fare qualcosa. È un personaggio che pesa ogni parola quando parla con un richiamo, in questo senso, alla Clint Eastwood", racconta l'autore, che non nasconde riferimenti anche alla serie di videogiochi Assassin's Creed, o al Romeo e Giulietta di Shakespeare.