Sciascia, 30 anni dopo la morte. "È una lente d'ingrandimento per capire i problemi di oggi"
Lo scrittore Leonardo Sciascia ci ha lasciato 30 anni fa, il 20 novembre 1989. Era nato l'8 gennaio 1921 a Racalmuto. Un ritratto dello scrittore protagonista di tante battaglie civili in un libro del giornalista racalmutese Felice Cavallaro
Negli ultimi giorni della sua vita Leonardo Sciascia aveva scritto all'amico Gesualdo Bufalino: "Ho l'impressione di stare a temperare una matita dalla punta sempre più fine, ma che non riesce più a scrivere". Quel fatale impedimento era vissuto da Sciascia come la metafora di una vita che si stava inesorabilmente spegnendo e come un ostacolo crudele all'esercizio di una scrittura a cui assegnava un "destino di verità". E alla quale non rinunciava neppure in punto di morte, tanto da dettare alla figlia Anna Maria la prefazione, uscita postuma, a una raccolta di articoli per il giornale L'Ora di Giuseppe Antonio Borgese, lo scrittore che aveva tanto amato.
Sciascia morì, stroncato da una rara forma di leucemia, nella sua casa di Palermo la mattina del 20 novembre 1989. Aveva 68 anni, la gran parte spesi nella testimonianza di un impegno civile votato alla ragione, alla giustizia e all'esercizio di una critica palpitante del potere. La sua è stata la lezione di un intellettuale disorganico ma soprattutto eretico: lo stesso profilo dei protagonisti dei suoi romanzi e dei suoi saggi.
La sua scomparsa, trent'anni fa, ha spento una voce che aveva toccato tanti temi di grande attualità. Sciascia non era stato solo lo scrittore che aveva colto in alcuni libri fondamentali ("Il giorno della civetta" e "A ciascuno il suo") i caratteri nuovi e antichi della mafia e gli interessi criminali, intrecciati con la corruzione e il potere ("Todo modo"). Era anche il grande nemico dell'impostura ("Il Consiglio d'Egitto") e l'intellettuale inquieto che aveva attaccato le ingiustizie della giustizia, che aveva riletto il caso Moro con un libro concepito come "opera di verità". E con la politica era passato attraverso la critica del sistema democristiano, il difficile rapporto con il Pci fino alla rottura con Renato Guttuso e la polemica con Enrico Berlinguer, l'approdo nel partito radicale e l'amicizia con Marco Pannella e infine la denuncia sui "professionisti dell'antimafia" che lo portò sul terreno di uno scontro molto duro prima che, una volta raffreddata la temperatura del confronto, e dopo la scomparsa, affiorassero elementi profetici.
Una forza intellettuale straordinaria aveva proiettato Sciascia al centro di una trama di relazioni e di scambi con il mondo della cultura. Intensi quelli con Vincenzo Consolo e Italo Calvino, più recenti quelli con Gesualdo Bufalino che aveva scoperto e lanciato. Con Pier Paolo Pasolini divideva un modo di guardare ai fatti e alle storie che esaltava le loro affinità eretiche. "Gli ultimi eretici" è non a caso il titolo di uno dei tanti convegni che in questi giorni rievocano la figura di Sciascia e la sua concezione di illuminista orgoglioso di trovarsi spesso nella condizione di "contraddire e contraddirsi".
La sua casa di contrada Noce a Racalmuto, che in questi giorni ha conquistato una nuova forza rievocativa, era per lui un osservatorio della Sicilia come metafora dei mali del mondo.
La sua non era una visione periferica ma questo era il mondo nel quale era cresciuto e si era formato. Prima della Noce, dove passava le sue estati, c'era comunque la casa di Racalmuto che adesso Giuseppe Di Falco ha recuperato riempiendola di libri e facendola diventare un museo.
Ma il vero fondo della memoria è nella palazzina della fondazione intestata a Sciascia che raccoglie le sue carte, i suoi libri, i ritratti degli autori più amati, l'epistolario non ancora completamente esplorato. Forse a questo mondo, che racchiude tutta la sua vita, Sciascia si riferiva quando, ispirandosi a Auguste de Villers de L'isle-Adam, fece scrivere sulla sua tomba: "Ce ne ricorderemo, di questo Pianeta".
Il libro di Felice Cavallaro
È uscito a ottobre 2019 il libro del giornalista Felice Cavallaro "Sciascia l'eretico", Solferino editore, presentato in diverse città tra le quali Palermo, Milano e, nei prossimi giorni, Roma. Il volume è scritto da chi ha conosciuto Leonardo Sciascia, ne è stato vicino di casa ed amico di famiglia. Cavallaro, racalmutese come lo scrittore, ha documentato in questo libro vicende che risalgono agli esordi del maestro di 'Regalpetra' . Ma se oggi volessimo scoprire un erede di Sciascia, in Sicilia, quale sarebbe l'intellettuale da seguire? Lo abbiamo chiesto a Felice Cavallaro:
"Un nuovo Sciascia forse lo stiamo ancora cercando, però è anche vero che negli ultimi anni c'è stata una grande produzione di intellettuali, di scrittori di una scuderia siciliana che certamente traggono linfa vitale da Sciascia e Camilleri, come era accaduto allo stesso Sciascia con Pirandello.C'è secondo me un filo che rafforza la presenza della letteratura e della narrativa siciliana all'interno di un Paese, l'Italia, che non può fare a meno di quest'isola lontana per quanto riguarda la letteratura, un po' come accade all'Inghilterra con l'Irlanda; senza l'Irlanda non ci sarebbe la letteratura inglese, e senza la Sicilia non ci sarebbe quella italiana. Io sto ripetendo le parole di Sciascia, non voglio appropriarmene e plagiare il nostro scrittore, ma sono convinto che avesse ragione. E in qualche modo anche gli emuli, i tanti scrittori giovani e meno giovani che si affacciano alla scena, che vadano o meno in classifica, comunque costituiscono voci importanti, confermano questa linea, secondo me".
Temi di maturità
Un brano tratto dal romanzo "Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia il 19 giugno 2019 è stato scelto come traccia per la prosa dei temi della maturità. Secondo alcuni insegnanti non molti studenti lo hanno scelto per la complessità della questione che riguarda gli intrecci tra letteratura e mafia. È così? Risponde ancora Felice Cavallaro:
"Sciascia scrisse questo libro proprio per far capire al Paese che esisteva la mafia. E grazie a questo libro la mafia ha cominciato a diventare tema nazionale. Vorrei riproporre le parole di Pietro Grasso che invitai alla Fondazione Sciascia per il venticinquennale della scomparsa di Sciascia. Il presidente del Senato fece una lectio magistralis molto bella e a un certo punto disse: 'Leggendo Il giorno della civetta c'era l'indicazione di come combattere sul serio la mafia, cioè mettere le mani nel portafoglio dei mafiosi, seguire la traccia degli assegni, allora c'erano gli assegni, dei flussi bancari'. Grasso aggiunse: 'Sciascia lo disse e Falcone lo fece'. Come dire che anche magistrati più noti, che più spesso citiamo, alcuni caduti, altri per fortuna no, in qualche modo trovarono un'indicazione in quel libro. Ecco perché Sciascia, come ripeto in questi giorni, non può essere soltanto considerato come l'autore di tanti libri del passato, ma è l'autore che può essere usato, può essere utile oggi ai ragazzi di 17, 18 o 19 anni come lente di ingrandimento per i problemi di oggi. La scelta del Giorno della civetta all'esame di maturità tutto sommato io l'ho apprezzata molto. Perché Sciascia oggi è una lente di ingrandimento per i problemi di oggi. Non c'è da ragionare sull'esponente di un cenacolo letterario per pochi intimi di tanti anni fa, no. È una lente d'ingrandimento per l'oggi. Così dovremmo riuscire a presentarlo ai giovani oggi".